domenica 15 maggio 2016

DOMENICA DI PENTECOSTE: Commento di don Piero De Santis

LO SPIRITO ACCANTO A NOI

La grande festa della Pentecoste costituisce la pienezza dell'evento pasquale: Gesù risorto, asceso al cielo e partecipe della signoria di Dio, compie la promessa fatta ai suoi discepoli di inviare loro lo Spirito Santo. Ed è proprio nella po tenza dello Spirito che la comunità cristiana può testimonia re Cristo in mezzo a tutti gli uomini, «nelle loro rispettive lingue» (cfr. At 2,8.11).
Se per il popolo di Israele Pentecoste era la festa memo riale del dono della Legge al Sinai, la festa dell'alleanza, per la comunità di Gesù il dono dello Spirito è celebrazione dell'alleanza nuova, ultima, definitiva. Gesù non ha lasciato «orfana» (cfr. Gv 14,18) la sua comunità, né con l'ascensio ne al cielo è avvenuta una separazione tale da mettere fine alla sua azione nel mondo. La comunità dei credenti, infatti, condivide con lui la stessa vita, lo stesso Spirito, e questo la abilita a proseguire la sua azione nella storia: annunciare la buona notizia del Vangelo, compiere il bene, adoperarsi per far arretrare il dominio di Satana. Come Gesù fu riempito della potenza dello Spirito santo e così abilitato alla missione (cfr. At 10,38), altrettanto accade alla sua chiesa, a partire dal giorno della Pentecoste.
Nel brano evangelico odierno (Giovanni 14,15-16.23b-26) meditiamo su questa realtà ascoltando la promessa dello Spirito santo fatta da Gesù ai discepoli durante i cosiddetti «discorsi di addio», quelli in cui come Signore vivente e glorioso parla ancora oggi a noi. Gesù lega strettamente tale promessa all'amore: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre». Il cristiano è tale solo nella misura in cui ama il Signore Gesù Cristo «con tutto il cuore, la mente e le forze» (cfr. Dt 6,5; Lc 10,27), lo ama più delle persone a lui care (cfr. Mt 10,37), lo ama più della sua stessa vita (cfr. Mt 10,39). È proprio vivendo in questo amore che egli può fare esperienza dello Spirito santo, Spirito Consolatore, Paráclito, «chiamato accanto», che attualizza la presenza di Gesù -il primo Consolatore dei suoi discepoli (cfr. l Gv 2,1) - e lo soccorre nella fatica quotidiana della perseveranza; Spirito di verità, che lo «guida alla verità tutta intera» (Gv 16,13): e per il cristiano la verità non è una nozione astratta, ma una persona, Gesù Cristo (cfr. Gv 14,6)!
Dopo aver nuovamente insistito sull'amore per lui e per la sua parola come possibilità per il credente di accogliere in sé l'amore del Padre e di divenire sua dimora, Gesù sigilla la sua promessa con una rivelazione decisiva: «Il Consolatore, lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio Nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto». Ovvero: lo Spirito Santo, oggi, guida i discepoli a capire e ad assumere in profondità quelle realtà che, mentre Gesù era fisicamente con loro, non erano in grado di accogliere. Ci sono tempi diversi nella comprensione della persona di Gesù Cristo e del mistero della salvezza; ci sono gesti e parole di Gesù non immediatamente compresi dai discepoli, così come c'è un non-detto di cui sarà lo Spirito Santo a farsi interprete, lui che «non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future» (Gv 16,13). Sì, nel cuore dei credenti lo Spirito agisce rendendo presente tutta la vita di Cristo, in quanto ascoltatore assiduo del Figlio: egli è memoria totale della persona di Cristo, e così illumina il nostro agire quotidiano, fino al giorno della venuta del Signore nella gloria.
Si comprende allora perché Gesù abbia affermato: «Quando verrà il Consolatore, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza» (Gv 15,26-27). Noi cristiani siamo i testimoni di Gesù Cristo tra gli uomini (cfr. Lc 24,48; At 1,8), siamo il suo corpo nel mondo: questa la nostra responsabilità, ma questa anche la nostra gioia profonda, che niente e nessuno ci potrà mai rapire (cfr. Gv 16,23). Sì, perché come cristiani viviamo di amore e nell'amore: amiamo lui, Gesù Cristo, e lui ama noi. Noi e Cristo viviamo insieme!


GRADINI DI SANTITA'

«A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua»

Pentecoste è la Pasqua che giunge a maturazione nella comprensione e nella vita dei discepoli. Si innesta su una festa precedente che celebrava il raccolto del grano e il ringraziamento per i frutti della terra. Anche la prima Chiesa celebra, nel racconto degli Atti, i doni dello Spirito Santo che, effusi sugli apostoli come fuoco, incendia i loro cuori e li spinge nella piazza a gridare la gioia. Una santa ebbrezza prende gli apostoli che sono derisi dai benpensanti e apostrofati come ubriachi di mosto. Il terremoto della Pentecoste porta vento che scompiglia i pensieri e gioia che fa incontrare i credenti con gli uomini di ogni nazionalità, lingua o cultura che sono raggiunti dall'annuncio delle grandi opere di Dio nel loro idioma. Ciò che si era già realizzato nella Pasqua oggi viene portato a compimento con una apertura universale che gli apostoli, da soli,
non avrebbero saputo progettare. Saltano le porte, i cardini, gli schemi e le separazioni, il mondo confuso di Babele vede ricomposta l'unità nel giorno di Pentecoste che ha la freschezza di una gioia e una luce mattinale che lava volti e sguardi, persone e strutture.
Nel Vangelo di Giovanni viene riportata la parola di Gesù detta nel Cenacolo la sera di Pasqua: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro cui perdonerete i peccati, saranno perdonati!». Sugli apostoli e i loro successori viene alitato Io Spirito Santo, come in una nuova creazione, per portare vita laddove il peccato ha arrecato separazione e morte. «Lava ciò che è sordido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato», siamo invitati a invocare nella sequenza. Lo Spirito viene e reca il perdono, libera dalle cose vecchie e dai pesi che rallentano il cammino, abbatte i muri delle divisioni e degli odi, ricrea ciò che era stato deturpato. Non solo nel sacramento della Riconciliazione, dove specificamente è contenuta la grazia del perdono e della conversione, ma in tutti i sacramenti c'è un momento di effusione delle Spirito Santo che interviene con una grazia rigeneratrice sulle piaghe dell'anima.
Il futuro di coloro che sono riconciliati è la santità, che in ciascuno fiorisce con una specificità unica e irripetibile che rende la comunità dei credenti ricca di doni sempre nuovi. Da questa Pentecoste la Chiesa uscirà rinnovata e ringiovanita in tutte le sue componenti? Saprà cantare canti nuovi capaci di destare meraviglia e stupore in quanti la avvicinano? Sarà capace di convenirsi ai tempi dello Spirito sempre più veloci delle sue scansioni e paure? A te che celebri l'Eucaristia è affidato questo compito di essere docile all'azione dello Spirito Santo che abbatte i muri e con lo stesso materiale di risulta costruisce ponti di comunione. A questo sei chiamato nella tua famiglia, nella tua parrocchia, nel luogo del lavoro e della convivenza civile. Da fuoco nel camino che romanticamente riscalda pochi intimi, la Pentecoste deve diventare fuoco che si appicca ai cuori e incendia il mondo in una rivoluzione di misericordia che diventa comunione.

Tratto da CREDERE - Rivista ufficiale del Giubileo

GIUBILEO DIOCESANO DEI LAVORATORI E DEL MONDO SOCIO-POLITICO

Giovedì 19 maggio, l’Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro propone, all’interno delle celebrazioni diocesane del Giubileo straordinario della Misericordia, un momento giubilare e di riflessione dedicato a tutti i lavoratori e al mondo socio-politico.
L’appuntamento è a Taviano secondo il seguente programma:

  • ore 18.30 – nella Chiesa dell’Immacolata, incontro dei sindaci e dei rappresentanti dei lavoratori e della società civile con S.E. Mons. Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno
  • ore 19.30 Liturgia della Statio e pellegrinaggio presso il Santuario giubilare della B.V. Maria Addolorata
  • ore 20.00 Solenne Celebrazione Eucaristica, presieduta da S.E. Mons. Giovanni D’Ercole.
La Celebrazione Eucaristica sarà trasmessa in diretta da TELEONDA.

SETTIMANA IN PARROCCHIA

Appuntamenti dal 16 al 22 maggio


Lunedì
16 Maggio


Ore 17.00: Incontro con i ragazzi di prima comunione.

Ore 18.00: S. Messa nella Chiesa di S. Luigi.

Ore 19.00: S. Messa in Cattedrale nel trigesimo di don Pippi Leopizzi. Segue un momento di riflessione sui suoi scritti.

Martedì
17 Maggio

Anniversario della Canonizzazione di
S. Teresina di Lisieux
(17 maggio 1925)


Ore 18.00: Incontro con i ragazzi di prima comunione.

Ore 18.45: nella Chiesa di S. Teresa, Lectio divina. Segue la S. Messa e l'Adorazione eucaristica.

Non ci sarà la S. Messa vespertina in Cattedrale.

Mercoledì
18 Maggio


Ore 18.00: Incontro con i ragazzi di prima comunione.

Ore 19.30: Consiglio Pastorale parrocchiale.

Giovedì
19 Maggio


Ore 18.30: a Taviano, Giubileo dei lavoratori e di coloro che servono il bene comune nelle varie amministrazioni.

Ore 19.45: Prove del coro parrocchiale.

Venerdì
20 Maggio


Ore 19.30: Liturgia penitenziale per i ragazzi di prima comunione e i loro genitori, con la possibilità della Confessione individuale.

Sabato
21 Maggio

Ore 17.00: Incontro con i ragazzi di prima comunione.

Domenica
22 Maggio



Ore 10.00: Celebrazione del Sacramento della Prima Comunione.


domenica 8 maggio 2016

Il 13 maggio a Parabita: Giubileo diocesano delle famiglie

Nell’Anno della Misericordia, ogni famiglia cristiana possa diventare luogo privilegiato in cui si sperimenta la gioia del perdono. E’ all’interno della famiglia che ci si educa al perdono, perché si ha la certezza di essere capiti e sostenuti nonostante gli sbagli che si possono compiere” (Papa Francesco, Omelia nella S. Messa del 27-12-2015).


Nel cuore di questo Anno Santo della Misericordia, nel Tempo pasquale, nel mese di maggio dedicato a Maria Regina della Famiglia, l’Ufficio diocesano di Pastorale familiare invita tutti a celebrare il Giubileo delle Famiglie della nostra Diocesi.
L'incontro è previsto per venerdì 13 maggio, alle 18:30, presso il piazzale, della Basilica Santuario della Madonna della Coltura, in Parabita, dove, alle 19:00, avrà inizio una Veglia di preghiera che ci preparerà alla Celebrazione eucaristica presieduta da S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio sulla Famiglia, con la presentazione dell'esortazione Amoris Letitia e la testimonianza di alcune coppie di sposi.

VERBO DI DIO: Liturgia della Parola della Domenica

PRIMA LETTURA (At 1,1-11)
Fu elevato in alto sotto i loro occhi.

Dagli Atti degli Apostoli

Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo.
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo».
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra».
Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

Parola di Dio




SECONDA LETTURA (Eb 9,24-28;10,19-23)
Cristo è entrato nel cielo stesso.
Dalla lettera agli Ebrei

Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte.
Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.
Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.

Parola di Dio


VANGELO (Lc 24,46-53)
Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo.
+ Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».
Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Parola del Signore

ASCENSIONE DEL SIGNORE: Commento di don Piero De Santis

Nelle letture della solennità dell'Ascensione noi ascoltiamo per due volte il racconto dell'esodo di Gesù da questo mondo al Padre fatto da Luca, negli Atti degli apostoli (At 1,1-11) e nel vangelo.
In verità negli altri vangeli non si parla di questo «fatto», perché esso è già contenuto nell'evento della resurrezione di Gesù, nel suo esodo dalla morte alla vita eterna, dalla tomba al regno di Dio. L'ascensione di Gesù, questo «staccarsi dai discepoli», questo «essere portato» dalla potenza di Dio verso il cielo, questo «essere sottratto allo sguardo degli apostoli» (cfr. At 1,9), è infatti un nuovo racconto dell'evento della resurrezione, come lo sono le diverse apparizioni-manifestazioni di Gesù alle donne discepole e ai Dodici: sì, noi stiamo sempre celebrando la Pasqua, che è vittoria di Gesù sulla morte, che è vita nuova ed eterna di Gesù, che è glorificazione di Gesù, che è l'entrare di Gesù, per la forza dello Spirito santo, nella vita divina del Padre.
Se i vari testi evangelici che parlano della resurrezione di Gesù ci rivelano il significato di questo evento da diverse prospettive, i brani della liturgia odierna mettono in evidenza che assunzione» di Gesù al cielo significa anche «separazione» dai suoi, «assenza» da questa terra: egli non può più essere visto né nella carne né nella sua forma gloriosa. Tale distacco prelude però a una nuova forma di presenza da parte di Gesù presso la sua comunità, così che i credenti in lui non restano soli, «orfani» (Gv 14,18): per questo nel salire al cielo Gesù benedice i discepoli. All'inizio del vangelo secondo Luca la benedizione di Dio che doveva essere impartita dal sacerdote Zaccaria all'uscita dal santuario era stata, per così dire, sospesa (cfr. Lc 1,21-22); ma ora ecco che Gesù la riprende e la porta a compimento: è la benedizione promessa e data ad Abramo, riconfermata a Israele, e ora il Gesù glorioso la dona alla chiesa perché essa la porti «fino agli estremi confini del mondo» (At 1,8), e così siano benedette tutte le genti della terra (cfr. Gen 12,3; 18,18; ecc.).
Nell’ascendere al Padre Gesù promette anche lo Spirito santo, che con la sua forza renderà i credenti in lui testimoni, cioè persone capaci di raccontare Gesù stesso che è venuto nel mondo come uomo ed è passato tra gli uomini facendo del bene (cfr. At 10,38), persone capaci di attenderlo come colui che verrà nella gloria. Infatti, allo stesso modo con cui i discepoli hanno visto Gesù salire al cielo, lo vedranno quando nell'ultimo giorno tornerà nella gloria! Insomma, mentre finisce la forma di una storia, inizia «un'altra forma» (Mc 16,12) della stessa storia: nell'una e nell’altra Gesù è il racconto definitivo di Dio fatto a noi uomini, è il volto del Dio vivente (cfr. Gv 1,18).
Anche a noi, qui e ora, è riservata la domanda degli angeli: «Perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). Si faccia attenzione: questo non è un invito a guardare solo le cose della terra, ma un monito a non cercare più quella presenza fisica di Gesù di cui i discepoli hanno fatto esperienza nella storia. No, Gesù non va cercato presso la tomba vuota, né alzando gli occhi verso l'alto per carpire un'apparizione: egli va ormai cercato nella comunità cristiana, nell'eucaristia, nelle donne e negli uomini che, in condizione di ultimi, attendono da noi «il servizio del fratello» in cui Gesù ha voluto rendersi presente (cfr. Mt 25,31-46). È così che possiamo vivere il nostro compito di cristiani: portare la benedizione, «cominciando da Gerusalemme e fino ai confini del mondo», annunciando la conversione e la remissione dei peccati, e tutto questo nella potenza dello Spirito santo.
Come i Dodici dopo l'ascensione di Gesù erano pieni di gioia, anche noi oggi dobbiamo essere in questa festa, per comprendere in profondità ciò che Gesù ha affermato nel quarto vangelo: «E bene per voi che io me ne vada, perché così non solo sarò sempre con voi, ma lo sarò in modo ancor più pieno: il mio respiro, lo Spirito santo, sarà il vostro respiro, perché io ve lo invierò come dono che vi accompagni sempre» (cfr. Gv 14,16; 16,7)!
Don Piero De Santis

GRADINI DI SANTITA'

La Solennità dell'Ascensione del Signore è l'ultimo episodio della vita terrena di Gesù. Tale solennità è celebrata in tutte le confessioni cristiane e, insieme a Pasqua e Pentecoste, è una delle solennità più importanti del calendario cristiano.
Secondo il racconto biblico (Vangeli e Atti degli Apostoli) Gesù salì al cielo con il suo corpo, alla presenza dei suoi Apostoli, per unirsi fisicamente al Padre, per non comparire p iù sulla terra sino alla seconda venuta (Parusia).

La festività dell'Ascensione è molto antica e viene attestata a partire dal IV secolo: Agostino la descrive come solennità diffusa già al suo tempo.
Negli scritti di Giovanni Crisostomo e Gregorio di Nissa l'Ascensione è talora citata; il Simbolo niceno-costantinopolitano ricorda tale episodio della vita di Gesù. Nel testo Peregrinatio Aetheriae si parla della vigilia e della festa dell'Ascensione celebrata nella grotta di Betlemme, dove secondo la tradizione Gesù sarebbe nato.
Durante il Concilio di Elvira (ca. 300-313) fu discussa la data in cui celebrare l'Ascensione, e fu deciso che non andasse commemorata né nel giorno di Pasqua, né in quello di Pentecoste. Poiché infatti secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, l'ascensione di Gesù è avvenuta 40 giorni dopo la Pasqua, ogni anno i cristiani celebrano la festività dell'Ascensione generalmente in tale data. Poiché la Pasqua è una festa mobile, nel senso che la sua data varia di anno in anno, di conseguenza anche la data della festività dell'Ascensione varia.

Per questa Solennità proponiamo un “Discorso sull'Ascensione del Signore” di Sant'Agostino Vescovo e Dottore della Chiesa.


Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore.
Ascoltiamo l'apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso.
Cristo è ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra. Di questo diede assicurazione facendo sentire quel grido: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9, 4). E così pure: «Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare»(Mt 25, 35).
Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l'amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13).
Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l'unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell'uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui.
Così si esprime l'Apostolo parlando di questa realtà: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1 Cor 12,12). L'Apostolo non dice: «Così Cristo», ma sottolinea: «Così anche Cristo». Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo.
Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l'unità del corpo non sia separata dal capo.

50^ GIORNATA MONDIALE DELLE COMUNICAZIONI SOCIALI: Messaggio di Papa Francesco

Si celebra oggi la cinquantesima giornata mondiale delle comunicazioni sociali. 
Riportiamo, di seguito, il messaggio del Santo Padre Francesco.

 

Comunicazione e misericordia: un incontro fecondo



Cari fratelli e sorelle,
l’Anno Santo della Misericordia ci invita a riflettere sul rapporto tra la comunicazione e la misericordia. In effetti la Chiesa, unita a Cristo, incarnazione vivente di Dio Misericordioso, è chiamata a vivere la misericordia quale tratto distintivo di tutto il suo essere e il suo agire. Ciò che diciamo e come lo diciamo, ogni parola e ogni gesto dovrebbe poter esprimere la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio per tutti. L’amore, per sua natura, è comunicazione, conduce ad aprirsi e a non isolarsi. E se il nostro cuore e i nostri gesti sono animati dalla carità, dall’amore divino, la nostra comunicazione sarà portatrice della forza di Dio.
Siamo chiamati a comunicare da figli di Dio con tutti, senza esclusione. In particolare, è proprio del linguaggio e delle azioni della Chiesa trasmettere misericordia, così da toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino verso la pienezza della vita, che Gesù Cristo, inviato dal Padre, è venuto a portare a tutti. Si tratta di accogliere in noi e di diffondere intorno a noi il calore della Chiesa Madre, affinché Gesù sia conosciuto e amato; quel calore che dà sostanza alle parole della fede e che accende nella predicazione e nella testimonianza la “scintilla” che le rende vive.
La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società. Com’è bello vedere persone impegnate a scegliere con cura parole e gesti per superare le incomprensioni, guarire la memoria ferita e costruire pace e armonia. Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli. E questo sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale. Pertanto, parole e azioni siano tali da aiutarci ad uscire dai circoli viziosi delle condanne e delle vendette, che continuano ad intrappolare gli individui e le nazioni, e che conducono ad esprimersi con messaggi di odio. La parola del cristiano, invece, si propone di far crescere la comunione e, anche quando deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione.
Vorrei, dunque, invitare tutte le persone di buona volontà a riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia tra le famiglie e nelle comunità. Tutti sappiamo in che modo vecchie ferite e risentimenti trascinati possono intrappolare le persone e impedire loro di comunicare e di riconciliarsi. E questo vale anche per i rapporti tra i popoli. In tutti questi casi la misericordia è capace di attivare un nuovo modo di parlare e di dialogare, come ha così eloquentemente espresso Shakespeare: «La misericordia non è un obbligo. Scende dal cielo come il refrigerio della pioggia sulla terra. È una doppia benedizione: benedice chi la dà e chi la riceve» (Il mercante di Venezia, Atto IV, Scena I).
E’ auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto. Faccio appello soprattutto a quanti hanno responsabilità istituzionali, politiche e nel formare l’opinione pubblica, affinché siano sempre vigilanti sul modo di esprimersi nei riguardi di chi pensa o agisce diversamente, e anche di chi può avere sbagliato. È facile cedere alla tentazione di sfruttare simili situazioni e alimentare così le fiamme della sfiducia, della paura, dell’odio. Ci vuole invece coraggio per orientare le persone verso processi di riconciliazione, ed è proprio tale audacia positiva e creativa che offre vere soluzioni ad antichi conflitti e l’opportunità di realizzare una pace duratura. «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia [...] Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,7.9).
Come vorrei che il nostro modo di comunicare, e anche il nostro servizio di pastori nella Chiesa, non esprimessero mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliassero coloro che la mentalità del mondo considera perdenti e da scartare! La misericordia può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a quanti hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio. Lo stile della nostra comunicazione sia tale da superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti. Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato – violenza, corruzione, sfruttamento, ecc. – ma non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore. È nostro compito ammonire chi sbaglia, denunciando la cattiveria e l’ingiustizia di certi comportamenti, al fine di liberare le vittime e sollevare chi è caduto. Il Vangelo di Giovanni ci ricorda che «la verità vi farà liberi» (Gv 8,32). Questa verità è, in definitiva, Cristo stesso, la cui mite misericordia è la misura della nostra maniera di annunciare la verità e di condannare l’ingiustizia. È nostro precipuo compito affermare la verità con amore (cfr Ef 4,15). Solo parole pronunciate con amore e accompagnate da mitezza e misericordia toccano i cuori di noi peccatori. Parole e gesti duri o moralistici corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa.
Alcuni pensano che una visione della società radicata nella misericordia sia ingiustificatamente idealistica o eccessivamente indulgente. Ma proviamo a ripensare alle nostre prime esperienze di relazione in seno alla famiglia. I genitori ci hanno amato e apprezzato per quello che siamo più che per le nostre capacità e i nostri successi. I genitori naturalmente vogliono il meglio per i propri figli, ma il loro amore non è mai condizionato dal raggiungimento degli obiettivi. La casa paterna è il luogo dove sei sempre accolto (cfr Lc 15,11-32). Vorrei incoraggiare tutti a pensare alla società umana non come ad uno spazio in cui degli estranei competono e cercano di prevalere, ma piuttosto come una casa o una famiglia dove la porta è sempre aperta e si cerca di accogliersi a vicenda.
Per questo è fondamentale ascoltare. Comunicare significa condividere, e la condivisione richiede l’ascolto, l’accoglienza. Ascoltare è molto più che udire. L’udire riguarda l’ambito dell’informazione; ascoltare, invece, rimanda a quello della comunicazione, e richiede la vicinanza. L’ascolto ci consente di assumere l’atteggiamento giusto, uscendo dalla tranquilla condizione di spettatori, di utenti, di consumatori. Ascoltare significa anche essere capaci di condividere domande e dubbi, di percorrere un cammino fianco a fianco, di affrancarsi da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente le proprie capacità e i propri doni al servizio del bene comune.
Ascoltare non è mai facile. A volte è più comodo fingersi sordi. Ascoltare significa prestare attenzione, avere desiderio di comprendere, di dare valore, rispettare, custodire la parola altrui. Nell’ascolto si consuma una sorta di martirio, un sacrificio di sé stessi in cui si rinnova il gesto sacro compiuto da Mosè davanti al roveto ardente: togliersi i sandali sulla “terra santa” dell’incontro con l’altro che mi parla (cfr Es 3,5). Saper ascoltare è una grazia immensa, è un dono che bisogna invocare per poi esercitarsi a praticarlo.
Anche e-mail, sms, reti sociali, chat possono essere forme di comunicazione pienamente umane. Non è la tecnologia che determina se la comunicazione è autentica o meno, ma il cuore dell’uomo e la sua capacità di usare bene i mezzi a sua disposizione. Le reti sociali sono capaci di favorire le relazioni e di promuovere il bene della società ma possono anche condurre ad un’ulteriore polarizzazione e divisione tra le persone e i gruppi. L’ambiente digitale è una piazza, un luogo di incontro, dove si può accarezzare o ferire, avere una discussione proficua o un linciaggio morale. Prego che l’Anno Giubilare vissuto nella misericordia «ci renda più aperti al dialogo per meglio conoscerci e comprenderci; elimini ogni forma di chiusura e di disprezzo ed espella ogni forma di violenza e di discriminazione» (Misericordiae Vultus, 23). Anche in rete si costruisce una vera cittadinanza. L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione.
La comunicazione, i suoi luoghi e i suoi strumenti hanno comportato un ampliamento di orizzonti per tante persone. Questo è un dono di Dio, ed è anche una grande responsabilità. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”. L’incontro tra la comunicazione e la misericordia è fecondo nella misura in cui genera una prossimità che si prende cura, conforta, guarisce, accompagna e fa festa. In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità.
Dal Vaticano, 24 gennaio 2016
Francesco

8 MAGGIO: Supplica alla Madonna di Pompei




+ Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

O Augusta Regina delle Vittorie, o Sovrana del Cielo e della Terra, al cui nome si rallegrano i cieli e tremano gli abissi, o Regina gloriosa del Rosario, noi devoti figli tuoi, raccolti nel tuo Tempio di Pompei, in questo giorno solenne, effondiamo gli affetti del nostro cuore e con confidenza di figli ti esprimiamo le nostre miserie.
Dal Trono di clemenza, dove siedi Regina, volgi, o Maria, il tuo sguardo pietoso su di noi, sulle nostre famiglie, sull’Italia, sull’Europa, sul mondo. Ti prenda compassione degli affanni e dei travagli che amareggiano la nostra vita. Vedi, o Madre, quanti pericoli nell’anima e nel corpo, quante calamità ed afflizioni ci costringono.
O Madre, implora per noi misericordia dal Tuo Figlio divino e vinci con la clemenza il cuore dei peccatori. Sono nostri fratelli e figli tuoi che costano sangue al dolce Gesù e contristano il tuo sensibilissimo Cuore. Mostrati a tutti quale sei, Regina di pace e di perdono.


Ave Maria


È vero che noi, per primi, benché tuoi figli, con i peccati torniamo a crocifiggere in cuor nostro Gesù e trafiggiamo nuovamente il tuo cuore.
Lo confessiamo: siamo meritevoli dei più aspri castighi, ma tu ricordati che sul Golgota, raccogliesti, col Sangue divino, il testamento del Redentore moribondo, che ti dichiarava Madre nostra, Madre dei peccatori.
Tu dunque, come Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza. E noi, gementi, stendiamo a te le mani supplichevoli, gridando: Misericordia!
O Madre buona, abbi pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri defunti, soprattutto dei nostri nemici e di tanti che si dicono cristiani, eppur offendono il Cuore amabile del tuo Figliolo. Pietà oggi imploriamo per le Nazioni traviate, per tutta l’Europa, per tutto il mondo, perché pentito ritorni al tuo Cuore.
Misericordia per tutti, o Madre di Misericordia!
 
Ave Maria


Degnati benevolmente, o Maria, di esaudirci! Gesù ha riposto nelle tue mani tutti i tesori delle Sue grazie e delle Sue misericordie.
Tu siedi, coronata Regina, alla destra del tuo Figlio, splendente di gloria immortale su tutti i Cori degli Angeli. Tu distendi il tuo dominio per quanto sono distesi i cieli, e a te la terra e le creature tutte sono soggette. Tu sei l’onnipotente per grazia, tu dunque puoi aiutarci. Se tu non volessi aiutarci, perché figli ingrati ed immeritevoli della tua protezione, non sapremmo a chi rivolgerci. Il tuo cuore di Madre non permetterà di vedere noi, tuoi figli, perduti, Il Bambino che vediamo sulle tue ginocchia e la mistica Corona che miriamo nella tua mano, ci ispirano fiducia che saremo esauditi. E noi confidiamo pienamente in te, ci abbandoniamo come deboli figli tra le braccia della più tenera fra le madri, e, oggi stesso, da te aspettiamo le sospirate grazie.
 

Ave Maria

 
Chiediamo la benedizione a Maria
 
Un’ultima grazia noi ora ti chiediamo, o Regina, che non puoi negarci in questo giorno solennissimo. Concedi a tutti noi l’amore tuo costante ed in modo speciale la materna benedizione. Non ci staccheremo da te finché non ci avrai benedetti. Benedici, o Maria, in questo momento, il Sommo Pontefice. Agli antichi splendori della tua Corona, ai trionfi del tuo Rosario, onde sei chiamata Regina delle Vittorie, aggiungi ancor questo, o Madre: concedi il trionfo alla Religione e la pace alla Società umana. Benedici i nostri Vescovi, i Sacerdoti e particolarmente tutti coloro che zelano l’onore del tuo Santuario. Benedici infine tutti gli associati al tuo Tempio di Pompei e quanti coltivano e promuovono la devozione al Santo Rosario.
O Rosario benedetto di Maria, Catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo d’amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora di agonia, a te l’ultimo bacio della vita che si spegne.
E l’ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuo soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti.
Sii ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra ed in cielo. Amen.

Salve Regina

domenica 1 maggio 2016

VERBO DI DIO: Liturgia della Parola della VI Domenica di Pasqua

PRIMA LETTURA 
(At 15,1-2.22-29)

È parso bene, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie.
Dagli Atti degli Apostoli
In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati».

Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione.

Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».


Parola di Dio


SECONDA LETTURA 
(Ap 21,10-14.22-23)

L’angelo mi mostrò la città santa che scende dal cielo. 
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo

L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.
È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte.
Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.
In essa non vidi alcun tempio:
il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello
sono il suo tempio.
La città non ha bisogno della luce del sole,
né della luce della luna:
la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l’Agnello.

Parola di Dio


VANGELO 
(Gv 14,23-29)

Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Parola del Signore

VI DOMENICA DI PASQUA: Commento di don Piero De Santis

Siamo sempre in ascolto dei «discorsi di addio» contenuti nel quarto vangelo (cfr. Gv 13,31 - 16,33), quelli pronunciati da Gesù alla fine della sua ultima cena con i discepoli, prima di essere arrestato sul monte degli Ulivi.
Dopo aver consegnato il comandamento nuovo (cfr. Gv 13,34), Gesù ha annunciato il suo esodo da questo mondo al Padre, ma ciò suscita domande tra i discepoli: Pietro, Tommaso, Filippo e infine Giuda, «non l'Iscariota», gli chiedono di spiegare meglio le sue parole (cfr. Gv 13,36-14,22). In particolare, la domanda di Giuda è quella che abita anche i nostri cuori di credenti: «Signore, perché tu ti manifesti a noi credenti e non ti manifesti pubblicamente al mondo, a tutti gli uomini?». Anche se abbiamo fede in Gesù, restiamo incapaci di assumere le conseguenze del nostro credere, del nostro aderire a lui, e così ci chiediamo: perché egli non ha compiuto segni, prodigi, azioni straordinarie, in modo da convincere tutti gli uomini? Perché ha scelto l'umiltà, la piccolezza, uno stile di voluto nascondimento? Perché non ha cercato il consenso, servendosi dei mezzi a lui disponibili per ottenere successo? Questa ottica è la stessa dei fratelli di Gesù, i quali lo avevano invitato a manifestarsi al mondo, in modo da costringere gli uomini a credere in lui mediante l'e videnza dello straordinario (cfr. Gv 7,4).
Ma Gesù delude chi ragiona in questi termini, e ribadisce che ciò che conta non è l'ampiezza del consenso, non è la quantità dei «conquistati»; no, l'importante è che vi sia un rapporto personale d'amore nei confronti di Gesù, non l'ammirazione che si può nutrire per un taumaturgo, per un ope ratore di miracoli: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora in lui». Tutto avviene in modo invisibile eppure reale, concreto, sperimentabile. Ciò che è decisivo è il rapporto di conoscenza e di amore tra il credente divenuto discepolo e Gesù, «il Signore e il Maestro» (Gv 13,14): in questo modo il credente diviene addirittura dimora di Gesù e del Padre! Sì, la vita cristiana è «vita nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3): tutto ciò è straordinario, ma non visibile agli occhi del mondo; è decisivo per la vita e la salvezza, ma non verificabile da parte degli altri; è verissimo, anzi sperimentabile al la luce della fede, ma non accertabile alla luce della visione (cfr. 2Cor5,7).
Gesù se ne va e certamente un giorno tornerà nella gloria, alla fine della storia; allora la sua venuta si imporrà a tutti gli uomini e a tutta la creazione. Ma nel frattempo che intercorre tra la sua morte-resurrezione e la sua venuta finale, Gesù viene quotidianamente nel cuore del credente che ama, che compie il comandamento nuovo. E affinché questo avvenga, durante la sua assenza fisica dovuta al suo dimorare presso il Padre, vi è da parte del Padre stesso un grande dono: lo Spirito Santo, colui che ha funzione di Consolatore, di difensore, di «chiamato accanto» al credente. Lo Spirito ricorda tutto ciò che Gesù ha detto e fatto, rendendolo presente nella sua comunità e svolgendo la funzione di «Maestro interiore» - come lo chiama sant'Agostino - capace di illuminare e guidare la vita di ogni cristiano. Nel corso della vita terrena di Gesù, i discepoli avevano il suo insegnamento di retto, ma spesso non lo capivano perché il loro cuore non era in grado di accogliere le sue parole. Ma quando lo Spirito sarà presente nel cuore dei discepoli, allora scomparirà «il cuore indurito» (cfr. Mc 16,14), perché il Maestro interiore renderà «il cuore capace di ascolto» (1Re 3,9), renderà il cri stiano capace di realizzare le parole di Gesù.
Insomma, il cristiano non è mai solo, ma grazie allo Spirito santo è dimora, casa, tempio della Presenza di Dio (cfr. 1Cor 3,16; 6,19). Di più, lo Spirito che rende possibile questa inabitazione del Padre e del Figlio nel cuore del credente, è lo stesso che ci rende consapevoli del dono lasciatoci da Gesù: «la sua pace», cioè la vita piena da lui vissuta, la vera vita. E così quella che era la pace di Gesù è ora divenuta la nostra pace.
Don Piero De Santis


GRADINI DI SANTITA'

In questo tempo pasquale la chiesa continua a offrirci i “discorsi di addio e di arrivederci” di Gesù (cf. Gv 13,31-16,33), collocati nell’ultima cena ma parola di Gesù glorificato, del Signore risorto e vivente che si rivolge alla sua comunità aprendole gli occhi sul suo presente nella storia, una volta avvenuto il suo esodo di Figlio da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1).
In quel contesto di ultimo incontro tra Gesù e i suoi, qualche discepolo gli pone delle domande: Pietro innanzitutto (cf. Gv 13,36-37), poi Tommaso (cf. Gv 14,5), infine Giuda, non l’Iscariota, il traditore. Costui gli chiede: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” (Gv  14,22). È una domanda che deve aver causato anche sofferenza nei discepoli: tutta quella avventura insieme a Gesù per anni, poi alla fine Gesù se ne va e sembra che nulla sia veramente cambiato nella vita del mondo, che tutto resti come prima… Una piccola e sparuta comunità ha capito qualcosa perché Gesù si è manifestato a essa, ma il grande mondo, gli altri, non hanno visto e non vedono nulla. A cosa si riduce quella venuta del Figlio dell’uomo sulla terra, quella vita in attesa del regno di Dio imminente che Gesù proclamava? Tutto qui?
Gesù allora risponde: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui”. Ecco perché Gesù non si manifesta al mondo che non crede in lui, che gli è ostile perché non riesce ad amarlo: per avere la manifestazione di Gesù occorre amarlo! Ogni volta che leggo queste parole, tremo e sono turbato in profondità: Gesù, figlio di Maria e di Giuseppe, uomo come noi, non ci chiede solo di essere suoi discepoli, di osservare il suo insegnamento, ma anche di amarlo, perché amandolo si compie ciò che lui vuole e facendo ciò che lui vuole lo si ama. In ogni caso, qui l’amore viene definito necessario per la relazione con Gesù. Amare, parola grossa, eppure è così: Gesù legge la relazione con il discepolo non solo nella fede, nell’obbedienza all’insegnamento, nella sequela, ma anche nell’amore.

Enzo Bianchi

1° Maggio: La Laborem Exercens di Giovanni Paolo II, 35 anni dopo, rimane una lettura fondamentale su lavoro come bene dell'uomo

Se si parla di lavoro, come la festa del primo maggio spinge a fare, non si può non ricordare la splendida enciclica Laborem Exercens di Giovanni Paolo II (del 14 settembre 1981) che rimetteva il lavoro al centro della vita sociale, considerandolo sì un dovere e  un diritto, ma anche e soprattutto un bene. Solo una rilettura approfondita e commentata potrà permettere di comprendere come abbia influito sul pensiero degli economisti e dei politici in tutto il mondo proprio per la sottolineatura degli aspetti che superano diritti, problemi e condizioni di lavoro. Ma ci piace proporne qualche brano che sicuramente può diventare spunto anche di una riflessione personale.

Nella Parola della divina Rivelazione è iscritta molto profondamente questa verità fondamentale, che l'uomo, creato a immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all'opera del Creatore, ed a misura delle proprie possibilità, in un certo senso, continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato. 
La coscienza che il lavoro umano sia una partecipazione all'opera di Dio, deve permeare - come insegna il Concilio - anche «le ordinarie attività quotidiane. Gli uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia, esercitano le proprie attività così da prestare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che col loro lavoro essi prolungano l'opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e danno un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia.

Bisogna continuare a interrogarsi circa il soggetto del lavoro e le condizioni in cui egli vive. Per realizzare la giustizia sociale nelle varie parti del mondo, nei vari Paesi e nei rapporti tra di loro, sono necessari sempre nuovi movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e di solidarietà con gli uomini del lavoro. Tale solidarietà deve essere sempre presente là dove lo richiedono la degradazione sociale del soggetto del lavoro, lo sfruttamento dei lavoratori e le crescenti fasce di miseria e addirittura di fame. La Chiesa è vivamente impegnata in questa causa, perché la considera come sua missione, suo servizio, come verifica della sua fedeltà a Cristo, onde essere veramente la «Chiesa dei poveri». E i «poveri» compaiono sotto diverse specie; compaiono in diversi posti e in diversi momenti; compaiono in molti casi come risultato della violazione della dignità del lavoro umano: sia perché vengono limitate le possibilità del lavoro - cioè per la piaga della disoccupazione -, sia perché vengono svalutati il lavoro ed i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia.  

La fondamentale e primordiale intenzione di Dio nei riguardi dell'uomo, che Egli «creò ... a sua somiglianza, a sua immagine», non è stata ritrattata né cancellata neppure quando l'uomo, dopo aver infranto l'originaria alleanza con Dio, udì le parole: «Col sudore del tuo volto mangerai il pane». Queste parole si riferiscono alla fatica a volte pesante, che da allora accompagna il lavoro umano; però, non cambiano il fatto che esso è la via sulla quale l'uomo realizza il «dominio», che gli è proprio, sul mondo visibile «soggiogando» la terra. Questa fatica è un fatto universalmente conosciuto, perché universalmente sperimentato. Lo sanno gli uomini del lavoro manuale, svolto talora in condizioni eccezionalmente gravose. Lo sanno non solo gli agricoltori, che consumano lunghe giornate nel coltivare la terra, la quale a volte «produce pruni e spine», ma anche i minatori nelle miniere o nelle cave di pietra, i siderurgici accanto ai loro altiforni, gli uomini che lavorano nei cantieri edili e nel settore delle costruzioni in frequente pericolo di vita o di invalidità. Lo sanno, al tempo stesso, gli uomini legati al banco del lavoro intellettuale, lo sanno gli scienziati, lo sanno gli uomini sui quali grava la grande responsabilità di decisioni destinate ad avere vasta rilevanza sociale. Lo sanno i medici e gli infermieri, che vigilano giorno e notte accanto ai malati. Lo sanno le donne,che, talora senza adeguato riconoscimento da parte della società e degli stessi familiari, portano ogni giorno la fatica e la responsabilità della casa e dell'educazione dei figli. Lo sanno tutti gli uomini del lavoro e, poiché è vero che il lavoro è una vocazione universale, lo sanno tutti gli uomini. Il lavoro è un bene dell'uomo. Se questo bene comporta il segno di un «bonum arduum», secondo la terminologia di San Tommaso18, ciò non toglie che, come tale, esso sia un bene dell'uomo. Ed è non solo un bene «utile» o «da fruire», ma un bene «degno», cioè corrispondente alla dignità dell'uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce. Volendo meglio precisare il significato etico del lavoro, si deve avere davanti agli occhi prima di tutto questa verità. Il lavoro è un bene dell'uomo - è un bene della sua umanità -, perché mediante  il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo».   Se il lavoro - nel molteplice senso di questa parola - è un obbligo, cioè un dovere, al tempo stesso esso è anche una sorgente di diritti da parte del lavoratore. Questi diritti devono essere esaminati nel vasto contesto dell'insieme dei diritti dell'uomo, che gli sono connaturali, molti dei quali sono proclamati da varie istanze internazionali e sempre maggiormente garantiti dai singoli Stati per i propri cittadini. Il rispetto di questo vasto insieme di diritti dell'uomo costituisce la condizione fondamentale per la pace nel mondo contemporaneo: per la pace sia all'interno dei singoli Paesi e società, sia nell'àmbito dei rapporti internazionali, 
Gettando lo sguardo sull'intera famiglia umana, sparsa su tutta la terra, non si può non rimanere colpiti da un fatto sconcertante di proporzioni immense; e cioè che, mentre da una parte cospicue risorse della natura rimangono inutilizzate, dall'altra esistono schiere di disoccupati o di sotto-occupati e sterminate moltitudini di affamati: un fatto che, senza dubbio, sta ad attestare che sia all'interno delle singole comunità politiche, sia nei rapporti tra esse su piano continentale e mondiale - per quanto concerne l'organizzazione del lavoro e dell'occupazione - vi è qualcosa che non funziona, e proprio nei punti più critici e di maggiore rilevanza sociale. 
L'esperienza conferma che bisogna adoperarsi per la rivalutazione sociale dei compiti materni, della fatica ad essi unita e del bisogno che i figli hanno di cura, di amore e di affetto per potersi sviluppare come persone responsabili, moralmente e religiosamente mature e psicologicamente equilibrate. Tornerà ad onore della società rendere possibile alla madre - senza ostacolarne la libertà, senza discriminazione psicologica o pratica, senza penalizzazione nei confronti delle sue compagne - di dedicarsi alla cura e all'educazione dei figli secondo i bisogni differenziati della loro età.


Renata Maderna

Vicedirettore di Famiglia Cristiana