domenica 14 febbraio 2016

I^ DOMENICA DI QUARESIMA


« Fra tutti i giorni dell'anno che la devozione cristiana onora in vari modi, non ve n'è uno che superi per importanza la festa di Pasqua, perché questa rende sacre tutte le altre solennità. Ora, se consideriamo ciò che l'universo ha ricevuto dalla Croce del Signore, noi riconosceremo che, per celebrare il giorno di Pasqua, è giusto prepararci con un digiuno di quaranta giorni, per partecipare degnamente ai divini misteri. Non solo i vescovi, i sacerdoti, i diaconi devono purificarsi da tutte le macchie, ma l'intero corpo della Chiesa e tutti quanti i fedeli; perché il tempio di Dio, che ha come base il suo stesso Fondatore, deve essere bello in tutte le sue pietre e luminoso in ogni sua parte» (S. Leone Magno).
In queste parole del grande Papa e Padre della Chiesa è contenuto il significato austero e profonda mente impegnativo del ciclo liturgico quaresimale, che oggi inauguriamo: una lunga «marcia» di purifica zione e di preparazione per poter « partecipare degna mente » alla pienezza del « dono » trasformante della Pasqua, che Cristo ci offrirà come espressione massima della totalità del suo amore.
Il brano evangelico, ripreso da Luca (4,1-13), che ci descrive il drammatico incontro di Gesù con Satana, ci aiuta a cogliere anche meglio il senso della Quare sima come tempo di prova e di «tentazione » che affina lo spirito e lo rende totalmente docile alla volontà di Dio, colta negli appelli e nei risvolti più segreti della sua «Parola». Pertanto cerchiamo di cogliere in esso alcune indicazioni che ci possono essere di aiuto durante l’itinerario dei quaranta giorni.
La prima è questa: per S. Luca la «tentazione» si estende a tutto il tempo di dimora di Gesù nel deserto, e addirittura fino alla Pas sione. È dunque una «tentazione» che afferra tutta la vita di Cristo!
A differenza di Matteo, infatti, Luca scrive che Gesù «fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo» (vv. 1-2). E conclude dicendo che, «dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato» (v. 13). Il «tempo fissato» è precisa mente quello della Passione, dove il «diavolo» di nuo vo appare come l'orchestratore del tradimento di Giuda (Lc 22,3) e della violenza fisica e della sopraffazione contro Cristo: «Questa è la vostra ora, e l'impero delle tenebre» (Lc 22,53), dirà Gesù alla soldatesca venuta ad arrestarlo nell'orto.
Il testo ci permette anche di intravedere il «genere» di tentazione, con cui Satana, con abile suggestione, cerca di travolgere Cristo. Per ben due volte egli insiste sul fatto che Gesù è «Figlio di Dio»: «Se sei Figlio di Dio, dì a queste pietre che diventino pane... Se sei Fi glio di Dio, buttati giù...» (vv. 3.9).
D'altra parte, il racconto delle tentazioni segue la scena del Battesimo, dove Gesù era stato proclamato solennemente «il Figlio prediletto» del Padre (3,22). Satana dunque collega la missione di Gesù quale «Fi glio di Dio» con gesti di potenza, con manifestazioni di gloria mondana e lo invita ad accettare il ruolo di un «Messia» trionfatore e terreno.
È questa la tentazione drammatica che ha inseguito sempre Cristo e che gli viene sempre di nuovo proposta dalle attese della gente (14,15; 19,11), dei suoi concit tadini (4,25), perfino dei suoi Apostoli (10,20). Ancora sotto la Croce si leverà irridente, con una violenza quasi invincibile, l'ultimo ghigno della tentazione: «Ha sal vato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto» (23,35). Sembra quasi che la folla ripeta ad litteram le parole di Satana nel deserto!
La tentazione di essere diverso da se stesso, di at tuare un progetto di vita più facile e più accomodante, di essere il Messia desiderato dagli uomini più che quello voluto da Dio! Questa è la tentazione paurosa che Satana ha scatenato contro Cristo. Ma è anche la tentazione che scuote i cristiani d'oggi e di sempre: essere diversi da quello che Cristo, con il suo esempio ha voluto e vuole che noi siamo; adattarci alle attese degli altri, più che sollevare gli altri alle attese di Dio! È l'eterna seduzione di Satana, che purtroppo con noi riesce, mentre non è riuscita con Cristo.
E non è riuscita, perché lui si è come inchiodato alla fedeltà più assoluta alla «Parola» quale espressione della volontà del Padre. È questo il significato del suo continuo ricorso alla Scrittura, per vincere le tentazioni di Satana: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uo mo... Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo ado rerai... È stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo» (vv. 4.8.12). Non si tratta qui tanto di una schermaglia dialettica o di sottile esegesi, quanto piuttosto di una precisa volontà di lasciarsi muovere e misurare dalla forza discriminante della Parola. E la Parola rimanda continuamente all'ultimo Assoluto che le sta dietro e la mette in essere: Dio come l'unico «Signore» che dob biamo adorare e servire.
Abbiamo qui un'altra indicazione per la nostra Qua resima: non solo l'ascolto della Parola, ma soprattutto la realizzazione delle sue esigenze nella nostra vita per trasformarla in un autentico progetto di Dio. Solo così anche noi vinceremo, sull'esempio di Cristo, la sempre riaffiorante tentazione di un cristianesimo accomodante, che sembra voler piacere più agli uomini che a Dio (cfr. Gal 1,10).


Don Piero De Santis


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